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Quest’anno i mondiali si svolgeranno in Germania, quindi sul nostro pianerottolo, dai nostri vicini di casa: si svolgeranno in quella terra che ha abbracciato molti dei nostri concittadini e che porta ormai impresso sul volto qualche “tratto somatico” italiano.
Per una generazione di italiani il ricordo di Italia-Germania è rimasto indelebile, segno di un incontro-scontro mai finito, che puntualmente, ad ogni Mondiale, torna a riaffiorare con il suo 4 a 3: resta il simbolo della rivincita di Gianni Rivera, di Ricky Alberatosi, e di tutti colori che speravano di vincere una guerra dopo questa lunga battaglia. Ma, in finale, ad attendere i nostri azzurri, c’era Pelè, con la sua classe intramontabile e con il suo Brasile, ancor oggi temuto e atteso con trepidazione. C’è però un’altra generazione di italiani, quella per cui la partita Italia-Germania rievoca, come in una fulminea istantanea, l’urlo infinito di Marco Tardelli, il 3 a 1 in una finale spagnola memorabile, in cui ci pare di poter sentire ancora forte l’eco di quella splendida vittoria. Una vittoria che ci inserisce a pieno titolo nell’Olimpo, e ci introduce nello scintillio di quegli anni Ottanta che avrebbero regalato lustro e una nuova luce al nostro Paese, quella della coppa alzata al cielo da Dino Zoff. Il rapporto tra il nostro Paese e la Germania però va ben oltre il rettangolo verde di gioco: è un rapporto che si è costruito lentamente, attraverso la lunga marcia dei nostri contadini verso l’”Eldorado” tedesco, dal dopoguerra in poi il filo rosso che ci ha legati alla terra di wurstel e crauti si è fatto sempre più resistente,. La storia diventa testimone di un rapporto fatto di integrazione tra culture diverse, un compenetrarsi di emozioni e di visioni del mondo, di comportamenti e di abitudini: ed è questo il motivo per cui questo Mondiale, in fondo, lo sentiamo anche un po’ nostro. Perché il nostro è stato l’esempio concreto per l’Europa di un’integrazione possibile.
MariaGrazia Cori |