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Avellino: Rastelli amaro addio, va a Sorrento PDF Stampa E-mail

Dopo due stagioni da protagonista lascia l'Irpinia per approdare a Sorrento società di serie C-2 dove lo attende una vecchia conoscenza dell'Avellino come Roberto Amodio. A 38 anni Massimo Rastelli, a cui la dirigenza irpina aveva proposto un ruolo da dirigente, vuole invece continuare a correre e sudare sul campo e lo farà lontano dal Partenio.

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Molti tifosi auspicavano un rinnovo per lei. Perchè non è stato possibile? Cosa è mancato per un accordo?

«Un matrimonio si fa sempre in due. Io ero disponibile, la società no. Quando ho detto che non me la sentivo di smettere nei giorni successivi ho trovato un muro e siccome era nata questa opportiunità importante a malincuore ho dovuto prendere altre strade. Quando ci sono progetti ambiziosi e seri non puoi dire no, tra una cosa certa ed una incerta non c'è scelta. Ho avvertito la società a cui ho dato un ultimatum e sono stato onesto e leale fino in fondo».

A Sorrento un progetto serio e a lungo termine. Ad Avellino non potevano esserci le stesse condizioni?

«Devo dirlo. Sinceramente non mi aspettavo di essere trattato così. Ma il mondo del calcio è crudele a me spiace per i tifosi che erano certi di una mia riconferma. Dopo i due anni fatti penso di aver dimostrato di poter essere ancora importante. Penso di aver dato tutto me stesso dal campo allo spogliatoio. Quindi mi sentivo integrato perfettamente nell'ambiente. Avevo la stima e l'affetto dei tifosi a cui ho dato e dai quali ho ricevuto forti emozioni. In due anni ho avuto una costanza che non ho avuto neanche a venti anni e sono contento per aver superato lo scetticismo iniziale. Far cambiare idea a tutti è stato una grande vittoria».

Cosa, a suo giudizio, va migliorato in seno alla società?

«Bisogna migliorare tanto. Gli errori commessi sono stati tantissimi. Bisogna sapersi affidare a persone competenti e lasciarle lavorare. Se prendi persone e non le fai lavorare se metti in competizione tra di loro le persone sbagli. Bisogna ascoltare i consigli di è in questo mondo da una vita. Ho cercato anche io di far capire al presidente come bisognava comportarsi con i calciatori in certi momenti».

Una delle motivazioni del fallimento è stata quella di non aver formato una famiglia come nell'anno della promozione. Perchè non è stato possibile?

«Siamo riusciti ad arrivare ai play out perchè all'interno dello spogliatoio c'era un gruppo molto compatto, quello che aveva vinto il campionato in C. Il gruppo dell'anno scorso era compatto perchè è partito all'inizio con gli stessi uomini ed finito cosi. Quando questi giocatori sono stati un pò messi da parte non hanno mai fatto polemiche e poi nel momento del bisogno hanno dato il massimo. Anche se abbiamo accolto i nuovi con grande entusiasmo loro non hanno mantenuto le attese: Albino e Monticciolo non li abbiamo mai avuti. Quando a gennaio sono arrivati i nuovi siamo stati sempre noi della vecchia guardia a dover trainare».

Cosa conserverà di Avellino e dell'Avellino?

«C'è stato subito un grande feeling con tutto l'ambiente e mi sono sentito responsabilizzato il ricordo sarà bellissimo dal punto di vista personale sono state due annate straordinarie. Ho la consapevolezza di aver onorato la maglia dal primo giorno fino all'ultimo me ne vado orgoglioso. Saluto tutti i tifosi e rimarrà nella mia mente l'applauso ricevuto dopo la rete con il Vicenza e la standing ovation alla mia sostituzione del Partenio, la porterò per sempre dentro di me».

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